lunedì, 12 settembre 2011
• diamanda galás e milano
quasi 5 anni dopo, ieri sera ecco diamanda calcare di nuovo – con passo quasi taurino – il palco dell'auditorium di milano, grazie alla rassegna mito settembremusica (allora fu nell'ambito di una certa rassegna «stranieri fra tutti i popoli del mondo», tanto per dire che nessun promoter prende da solo l'iniziativa di chiamarla – anche se poi ci va un sacco di gente).
stavolta molto più gioviale però, quasi allegra fra un brano e l'altro, e luci più vivaci (ma non esageriamo: toilette implacabilmente nera). non si è incupita né quando il copioso personale del teatro si è rivelato incapace di portarle dell'acqua (ha dovuto rimediare il pubblico) né quando io ho tossito rumorosamente su un bis (l'aria condizionata).
trattavasi del recital the refugee, ma il primo pezzo viene annunciato come testo di cesare pavese: a quanto ho carpito delle parole, dovrebbe essere questa poesia, interpretata quasi come un'aria lirica prima di procedere nell'abituale – ma sempre sorprendente – selva di suoni, dai blues più rauchi alle canzoni francesi rivoltate con terribile sarcasmo, a rumori animali-vegetali-minerali che fanno sempre temere per le corde vocali di lei. meravigliosa.
ritrovata recensione del corriere del concerto che vidi nel 1994 (credo venisse per la prima volta in italia grazie alla benemerita rassegna «suoni e visioni», quella abolita dalla provincia due anni fa... chissà se ora dalla finanziaria verrà abolita la provincia stessa?).
dg venne a milano anche nel 97, al teatro lirico – come testimonia l'amica t. – a eseguire malediction and prayer nell'ambito delle ambiziose celebrazioni per il cinquantenario del piccolo teatro.
Emerso da rose verso le 16:40 | ascolti – dal vivo | Comments (4) | TrackBack
sabato, 09 luglio 2011
• una settimana di festival
una settimana fa, attirata dal kernel festival di musica elettronica e immagini digitali, lasciavo speranzosa la metropoli per andare a esplorare uno dei comuni dell'interland (il più infiltrato dalla camorra, dicono sempre alla radio). bella la villona neoclassica che faceva da schermo alle proiezioni luminose, decisamente protagoniste (questa, per esempio, vista dal vivo non era affatto male) rispetto a esibizioni musicali non particolarmente memorabili – almeno fino a mezzanotte e mezzo, nella notte poi non so. quello che mi ha deluso è che il festival che doveva svolgersi «nella villa e nel parco» era invece confinato in un praticello delimitato da un lato dalla villa stessa e su tre lati da abominevoli transenne blu che, oltre a impedire di infrattarsi nei boschi come secondo me presuppone un festival di musica elettronica, toglievano completamente la visuale. niente da fare, la brianza ha colpito ancora (commento dei brianzoli stessi).
martedì 5 invece soltanto le zanzare del parco sempione hanno tentato di funestare il bellissimo concerto degli arcade fire, mentre l'arena pavesata di striscioni con l'assurdo titolo del milano jazzin' festival tentava di accogliere l'ambizioso suono (che su disco rischia sempre il troppo pieno e a volte mi stufa) di una band che ha passione e idee da vendere. quanto ai gruppi spalla, ho sentito solo la coda dei cloud control e il concerto gradevole dei white lies, ma gli arcade fire sono un'altra categoria (nel lessico famigliare, la categoria «concertone»). ottimo stare un po' lontani sulle gradinate di pietra esalante calore, in modo da vedere bene il palco con gli schermi per le proiezioni in alto, le 2 batterie e i componenti che passano da uno strumento all'altro. scaletta (+ crown of love, pezzo che non mi piace eseguito su richiesta di uno dei white lies): non suonano certo ore – del resto, hanno fatto 3 dischi – ma la sequenza risulta intensa, con appropriato effetto catartico su rebellion, e ti dispiace veramente quando finisce. suggestione canadese, régine mi pareva vestita un po' da pattinatrice, con un abitino corto di paillette oro e stivaletti bianchi (?).
ieri sera, cari che non siete venuti al concerto di lou reed, vi siete persi solo un concerto senile e noioso – irriconoscibile anche la voce del nostro, molto incerta. la band non è risultata coinvolgente neanche nei momenti migliori; nei peggiori, batteria dalle tentazioni progressive e violino che ancora un po' ci suonava un minuetto di boccherini. nessuno più di me apprezza le esecuzioni poco ortodosse, ma qui non ha funzionato: quasi tutti i pezzi mi sono sembrati trascinati e allungati in esecuzioni assolutamente tediose.
ho apprezzato smalltown introdotta da un commosso (e/o un po' brillo?) ricordo di warhol, ho tollerato venus in furs cercando di non pensare alle incendiarie esecuzioni caleiane, sto tentando di dimenticare la sequenza acustica di sunday morning e femme fatale, imbruttite e svuotate. la cover di mother di lennon l'ho trovata imbarazzante.
la scaletta la trovate sul sito degli esperti italiani, che evidentemente vivono in una dimensione parallela non solo a noi non esperti, ma anche agli intenditori amici miei (sono d'accordo solo sull'esecuzione di sweet jane, anche se, ripeto, non ero andata in cerca di consolanti esecuzioni di pezzi noti.)
la medicina, ovviamente, sarebbe partire per uno di questi luoghi ameni.
Emerso da rose verso le 22:07 | ascolti – dal vivo | Comments (9) | TrackBack
lunedì, 13 giugno 2011
• sabato sera al miami
oltre al freschino dell'idroscalo, con un po' di fanghiglia che faceva festival nordico, e alla gradevole sensazione della presenza di tanta gioventù sveglia (che, era piacevole immaginare, il giorno dopo sarebbe andata a votare ai referendum) ho apprezzato la scoperta degli iori's eyes che mi sembrano una band da seguire – il primo pezzo loro che ho sentito era questo, ma non bisogna lasciarsi ingannare dalla tastiera così, per citare loro, 1982, perché le canzoni risultano dotate di un loro spessore versatile, come si può sentire da un live radiofonico acustico.
piaciuta meno la scelta dei concerti di punta dei due palchi (casino royale e marco parente) che ho trovato un filo retrograda per questo tipo di festival (anche se coerente con la varietà del programma).
in realtà non ho poi visto granché, vagabondando fra i 2 palchi per qualche ora, ma parevano interessanti gli LNRipley di cui mi sono poi ritrovata un'intervista nel volume londra zero zero comprato al banchetto dell'agenzia x. conto di leggiucchiarlo per lumi su grime e dubstep; per ora ne ho evinto che nel terzo millennio si può ancora planare dall'italia a londra e atterrare in uno squat, ma sarà a hackney.
Emerso da rose verso le 20:34 | ascolti – dal vivo | Comments (6) | TrackBack
martedì, 24 maggio 2011
• visioni del finesettimana: valdoca e skolimowski
minimo comun denominatore: struggente presenza di bestie – in particolare un cervo.
caino del teatro valdoca: nel bianco del palazzo del ghiaccio, danio manfredini/caino cammina senza posa nero come una silhouette di tracciamenti (giuro che, fra cranio rasato, abito longuette e stivaletti col tacco, era quasi identico). i testi come al solito estremamente enfatici di mariangela gualtieri finiscono (per fortuna) per fare da sfondo a un'azione scenica complessa e vivace, dove un angelo, un diavolo dal manto fatto di animali morti e varie creature interagiscono con caino (nella sua sofferta decisione di delinquere e conseguente esilio) e fra di loro (tutto un mondo di relazioni fra esseri umani e fra esseri umani e natura non esisterebbe, forse, senza quel primo assassinio e quella prima menzogna che ci differenziano sostanzialmente dagli animali). interessante assai, ma che fatica – un'ora e tre quarti senza la minima narrazione... mica facile. una cripticità che ha l'effetto di controbilanciare costumi luci musica impeccabili.
resta curiosità per le rappresentazioni precedenti: le foto documentano differenze notevoli.
e il cervo? è l'unica presenza scenica che non viene usata/manipolata in alcun modo. rimane a guardare.
essential killing di skolimowski: nel bianco di una neve presumibilmente polacca, vincent gallo/mohammed cammina senza posa, anche lui in fuga dai propri crimini (ha ucciso soldati americani in un deserto presumibilmente afghano) ma soprattutto dall'esercito che l'ha catturato, torturato e poi deportato verso una base militare del nordeuropa. si comincia con qualche tranche de vie delle odierne guerre americane e si va a finire ancora in dead man di jarmusch, compresa l'epica, escluso il distacco (del b/n e molto altro): quando hai il tuo destino addosso la natura non ti può salvare – e non parliamo dei tuoi simili. nel peregrinare apprenderai più di quanto hai conosciuto in tutta la tua vita, ma poi. (e del resto, non moriamo forse tutti, alla fine?) qui però c'è una progressiva, dolorosa trasformazione dell'uomo in animale braccato, inesorabilmente solo. consiglio di resistere fino all'indimenticabile tocco finale dello skolimowski pittore.
il cervo è quello a cui mohammed – sebbene per sopravvivere e per cibarsi sia capace di tutto – non spara.
Emerso da rose verso le 10:44 | dal vivo – visioni | Comments (0) | TrackBack
domenica, 06 marzo 2011
• loretta strong di copi
sono andata a vederlo ieri all'outoff nella messa in scena di marcido marcidorjs e famosa mimosa – non avevo mai visto né loro né copi (pare che a teatro ultimamente io riesca a vedere solo spettacoli en travesti).
l'immobilità dell'attore letteralmente legato alla sua astronave e una performance tutta gridato parossismo sono le caratteristiche di questa versione: interessante, ma forse un po' della leggerezza del testo così svanisce...
loretta strong appartiene allo stesso universo del rocky horror, tanto che sarebbe interessante sapere se copi lo conosceva (il musical è del 1973, la sua pièce del 74, il film del 75) o comuunque approfondire le ricognizioni sulla fantascienza come scenario della sessualità più anarchica.
«Cosmonaute intrépide, cannibale, tour à tour tortue et femme du monde, sa vision de l'extérieur du satellite coïncidera toujours avec son intérieur: même enceinte, elle sera toujours à l'intérieur et a l'intérieur de quelqu'un. de qui? Mais n'en disons pas trop: la mémoire est le privilège du seul spectateur. Loretta Strong, c'est peut-être vous.»
Copi
«Nu et vert, nu comme un ver, beau comme un ange du Greco, il boitille sur un seul escarpin, et ses cheveux dansent. Sous les pas de Copi, le sol se dérobe. Depuis longtemps, Copi a quitté notre terre ferme; il l'a quittée partiellement. Il n'est jamais en un seul endroit à la fois, il est avec nous, et sur la planète qu'un jour il a découverte, que depuis il explore, il décore sa planète intérieure, son île au trésor.»
Colette Godard, Le Monde, 1974
«In Copi, nel suo teatro che solo gli accademici possono ancora definire semplicemente “surrealista”, ... c'è non solo l'insegnamento di Alfred Jarry, ma la trasgressione, ben più profonda, di tutto ciò che il ’68 ha rappresentato: la psichedelia, l'utopia, l'erranza, la rivolta contro ogni limitazione della fantasia, l'eccentricità dei riferimenti culturali, la follia come regno dell'immaginazione.»
Tondelli, ora in un weekend postmoderno
in questa monografia, loretta è «l'opera più infantile di Copi».
enrique vila-matas va a mangiare le ostriche con copi in parigi non finisce mai.
Emerso da rose verso le 22:34 | dal vivo – visioni | Comments (0) | TrackBack
sabato, 26 febbraio 2011
• una chitarra color pistacchio, due native digitali e il bello della new wave
oggi riso in bianco e streaming del disco nuovo dei wire dal sito del guardian.
martedì 22 al bloom di mezzago (dove non andavo da quasi vent'anni, me lo ricordavo tutto diverso e mi sa che era diverso – uno spazio tipo capannone mentre ora è molto più accogliente) il concerto è stato si può dire complementare a quello che vedemmo nel 2003 (agli albori delle mie ricerche sulle rockstar attempate): allora più breve, tiratissimo, con ancora bruce gilbert alla chitarra (implacabile seppur veramente anziano); stavolta con più spazio per collegare le varie anime della musica dei wire (punk, dark, divagazioni strumentali, pop: kidney bingos!) la compresenza delle quali – nonostante ci siano ancora, decenni dopo, critici bacchettoni che non lo capiscono – è la sostanza stessa di quel che si suole chiamare new wave.
stavolta ero abbastanza vicino per vedere la luce vispa negli occhietti azzurri di colin newman (da queste parti amato anche in quanto produttore di if I die... I die dei virgin prunes).
come da manuale, buzz in the eardrums alla fine (non la canzone, il rumore che ti accompagna fino a casa).
ah, i «bambini» cui accenna la recensione di rockol erano in realtà due toste dark lady della prima media (la piccola m. l'avevamo già incontrata nel salotto dei residents), presissime dal concerto senza mollare mai i loro telefonini. il pubblico è stato gentile e, su richiesta del nostro amico zio di m., le ha lasciate passare davanti. ma diciamo pure che c'era una platea di posapiano: non che sia nostalgica del pogo, ma neanche un saltello durante i pezzi più veloci... bah.
utile ricerca su youtube: la band al rough trade east lo scorso gennaio (con lo stesso chitarrista di questo tour, tale matt simms)
Emerso da rose verso le 15:02 | ascolti – dal vivo | Comments (0) | TrackBack
venerdì, 28 gennaio 2011
• l'avaro del teatro delle albe
all'elfo-puccini non c'ero ancora stata, è uno spazio sobrio, gradevole (appena appena contorto), che sa di nuova ristrutturazione, con un atrio dove mette allegria vedere l'animazione di una multisala a scopo teatrale e non cinematografico (senza i popcorn, per esempio). la cavernosa galleria di corso buenos aires ne viene solo in parte riscattata – speravo meglio – forse anche per i lavori in corso sul marciapiede.
martedì sera, l'arpagone interpretato da ermanna montanari ha dilettato senza troppi traumi anche una mezza scolaresca di adolescenti. ma sì, perché dopo un inizio veramente cupo e disturbante – lei torva come una rockstar incazzata in diabolici stivaletti margiela, il continuo rimescolamento della scenografia da parte della servitù, i personaggi giovani dal viso malaticcio e i gesti di meccanica marionetta – la commedia prende il sopravvento. pur grottesca e amara, ovviamente: la casa ridotta a forziere per il denaro, la famiglia a dinamica economica, un lieto fine che non riscatta la mediocrità dei personaggi.
il testo è proprio quello di molière nella traduzione di garboli ma de-enfatizzato (come ci si può aspettare) dalla continua messa-in-discussione, messa-in-evidenza e mise-en-abîme della messa in scena.
[che poi a volte lo trovo un pochino triste, che non si possa più fare uno spettacolo di prosa innocente, con un allestimento tradizionale, ma è la nostra condanna. e comunque, a vedere l'inizio dello spettacolo con i finti tecnici di scena che tirano i tendaggi, arriva il brivido.]
(altri accenni alle albe: 1, 2, 3, 4.)
Emerso da rose verso le 17:41 | dal vivo – miniature minded – visioni | Comments (0) | TrackBack
domenica, 22 agosto 2010
• zu al carroponte
il giorno prima che partissimo (24 luglio) milano pareva voler farsi perdonare: una serata limpida, il parco di archeologia industriale di sesto san giovanni arioso e semideserto al crepuscolo, gli zu adattissimi al luogo, gradita sorpresa enrico gabrielli e il suo umorismo alle prese con qualche classico di musica contemporanea.
la gestione arci dell'area prevede altri concerti fino a settembre.
Emerso da rose verso le 19:07 | ascolti – città e altri luoghi – dal vivo | Comments (0) | TrackBack
giovedì, 10 giugno 2010
• che vogliamo dire dei pixies a ferrara
purtroppo ero in un posto un po' infelice (ai concerti si sta o vicino o lontano, a stare in mezzo non vedo nulla tranne quando salto, specie in una piazza acciottolata lievemente in discesa), però non mi lamento: la visuale appannata ha contribuito a farmeli ascoltare un po' come se fosse ieri, a parte che, intendendo ieri come il 1990 al rolling stone di milano, accanto non avrei avuto uno che usava l'iphone per riconoscere jane says fra i pezzi diffusi durante l'attesa... ma non divaghiamo.
dunque non si sa se allora ero più vulnerabile o se il ricordo si confonde con l'asprissimo disco live alla bbc, ma in confronto, stavolta, ho sentito un concerto tondo come le bolle luminose che c'erano sul palco, gradevole come i colori da caramella delle luci (belle – la band che attacca con cecilia ann in controluce fa un figurone, epica).
certo, urlato e frenetico dove doveva, ma – complice forse il volume non alto imposto dal centro città; comunque si sentiva bene – elaborato, rodato, rifinito come un classico. ciò che, giustamente, è.
mi è piaciuto tanto, e ti pareva; più peculiare sarebbe a questo punto ricordarsi se l. ha mai finito il video di bone machine (era bone machine?) per girare il quale era necessario un uccello morto e salire sul tetto del duomo con la sua camera vhs. un ricordo bizzarro che non mi ha mai abbandonato.
gruppo prevalente sulle tshirt: sonic youth.
che un concerto venisse interrotto a metà per pressione sulle transenne non mi era mai capitato, neanche in stadi strapieni dove stavi in piedi pur senza sostenerti tanta era la gente. forse i pacifici romagnoli organizzatori avrebbero dovuto assoldare qualche energumeno in più... va be', ci abbiamo guadagnato una surreale conversazione su neil young fra kim deal e frank black.
comunque negli ultimi anni pare si vada di continuo a ferrara, e tutte le volte tempo bellissimo.
Emerso da rose verso le 00:43 | ascolti – dal vivo | Comments (5) | TrackBack
domenica, 16 maggio 2010
• nel salotto dei residents
[teatro leonard da vinci, milano, 15.05.10]
una poltrona con i centrini, un caminetto con fuoco artificiale e sulla mensola altre fonti luminose: una vecchia abat-jour, un televisorino acceso su una nebbia grigia. scenario lynchiano come i personaggi che appaiono nei 3 schermi rotondi a raccontare le loro storie di fantasmi.
i residents ora sono in 3: si presentano come randy alla voce, chuck alle tastiere e bob alla chitarra, mentre del quarto residente si parla come di un tale carlos tornato in messico a curare la mamma, stanco di 40 anni di vita rock'n'roll. l'attuale travestimento è il seguente: frontman mascherato da anziano in vestaglia (e questo, fra le strategie di sopravvivenza sul palco delle rockstar attempate, mi pare un vero colpo di genio), i muti strumentisti in tight con giacca di lamé rosso, maschere e parrucche dread nere, occhiali da saldatore (sembrano un po' degli insettoni).
lo spettacolo procede più o meno così, inquietante ma colorato, stridente ma senza perdere il ritmo, una specie di miracolo gradito da un capo all'altro della nostra fila (da m., ascoltatore esperto che afferra le storie in americano e la bravura dell'allampanato chitarrista, all'altra m., bambina di dieci anni al suo primo concerto rock): sarà merito della sintesi residenziale – perfettamente messa a punto, suona sempre attualissima – fra elettronica, rumorismi, narrazione, sinistre filastrocche, citazioni pop (la canzone della coca-cola all'inizio, all I have to do is dream degli everly brothers) e western (six more miles di hank williams, bury me not on the lone prairie). cronologicamente devono essere i genitori di tutte le cose che mi piacciono nello spettro: legendary pink dots <----> stan ridgway.
ps: ho provato ha inserire il cd-rom di gingerbread man nel computer. viene visualizzato come un'applicazione classic: riposi in pace (non mi ricordo assolutamente più cosa ci fosse dentro).
Emerso da rose verso le 14:37 | ascolti – dal vivo | Comments (3) | TrackBack

